sabato 10 giugno 2017

La modernità e l’inferno dell’uguale

Qualche anno fa l’affermazione di una mia amica, secondo la quale il mio modo di esprimermi ricorderebbe quello di Milan Kundera, ha suscitato in me curiosità. All’epoca, pur non avendo letto ancora nessuna delle sue opere, provavo un’istintiva avversione nei confronti dello scrittore ceco (che ho poi dovuto parzialmente rivalutare): nutro infatti un’innata ostilità nei confronti di tutto ciò che è popolare, di moda, di massa. Mi sono quindi immerso nella lettura del best seller L’insostenibile leggerezza dell’essere. All’interno del testo ho trovato una frase che a mio avviso è la chiave per la comprensione di molti fenomeni sociali e culturali del presente che ispirano perplessità, sconcerto e repulsione:

Il kitsch è l’assoluta negazione della merda.

Per quanto quest’affermazione suoni volgare (in realtà la volgarità possiede qui un valore contundente e funzionale), cerchiamo di sviscerarne il significato.

Negare l’esistenza della negatività dentro di sé, nella natura, nella società, nella storia, ma soprattutto negare la “negatività” rappresentata – come termine dialettico, mi si perdoni il termine apparentemente hegeliano – dall’altro da sé, porta necessariamente a una rappresentazione falsata, grottesca e fiorita di queste stesse realtà, a tal punto da offendere l’intelligenza di chi invece sa leggere le cose più in profondità.

Nella pseudocultura odierna abbondano in effetti slogan e teorie che esaltano la “positività”, l’ottimismo cieco, il vedere tutto in una luce dorata: secondo questo atteggiamento spiccatamente moderno [1] – che a volte è radicato in credenze neopagane – saremmo noi stessi ad attrarre eventi positivi con la mera assunzione di pensieri “positivi”. Questa campagna però viene condotta in modo così ossessivo che viene da chiedersi in primo luogo se i propugnatori della positività a tutti i costi si rendano conto del fatto che tanta insistenza non fa altro che evidenziare che, se bisogna rifiutarla con tanta persistenza, evidentemente la “negatività” esiste, e in secondo luogo, se dietro a questa Weltanschauung non si nasconda qualcosa d’altro.

Parallelamente a questo semplicistico, continuo porre in risalto il ruolo dell’individuo nell’influenzare (a livello di energie cosmiche) gli eventi attraverso la “positività”, si riscontra una volontà generale di omologare verso il basso la cultura, riducendola a informazione inoffensiva, superficiale, banale (e spesso mistificata), che impedisce il vero diffondersi della sapienza e facilita il rinchiudersi in una stanza interiore di fronte allo specchio dell’autocontemplazione narcisistica.

Bisogna rilevare che nel concetto di “negatività” – da un punto di vista dialettico, come abbiamo accennato sopra – è racchiusa non solo l’accezione di ‘ciò che è male’, ma anche quella di ‘alterità’, contrapposta al concetto di ‘uguaglianza’, concetto che viene oggi ossessivamente ripetuto come un mantra occultando il fatto che si vuole nascondere dietro di esso quello di ‘omologazione’.

Questa omologazione la vediamo imposta oggi non tanto da quello che era un tempo il conformismo (il conformismo implica infatti il doversi adeguare, sia pure in modo acritico e rigido, all’altro da sé), ma – paradossalmente – dal martellante invito all’“essere autentici”, ad “essere sé stessi”. Be yourself! “Sii te stesso!”. Quante volte avremo letto o ascoltato questo mantra negli ultimi tempi? [2] La differenza tra il conformismo e l’ossessione dell’autenticità (atteggiamento di cui non a caso Bergoglio fa tanto sfoggio mietendo successi presso la nuova iGeneration) ha un parallelo nel contrasto che – secondo il pensiero filosofico di Søren Kierkegaard – vi è tra il peccato di Adamo e quello di Satana: per il filosofo danese, quello del primo è consistito nel disperatamente non voler essere sé stesso (peccato originale, rifiuto dei limiti imposti da Dio, eccessivo e quindi peccaminoso orientamento all’altro da sé), quello del secondo nel disperatamente voler essere sé stesso (narcisismo, autoreferenzialità).

Ma come si conciliano l’accentramento su sé stessi e l’“autenticità” col concetto di omologazione? Si direbbe che siano realtà contraddittorie. Questo paradosso ci viene però sapientemente spiegato da Byung-Chul Han, filosofo contemporaneo coreano-tedesco di matrice heideggeriana ma autore di riflessioni alquanto appropriate.
Essere autentici significa essere liberi da forme di espressioni e modelli di comportamento prefabbricati o imposti dall’esterno. Da ciò nasce l’obbligo a somigliare a sé stessi, a definirsi solo attraverso sé stessi, ad essere autori e fondatori di sé stessi. L’imperativo dell’autenticità sviluppa un obbligo verso sé stessi, l’obbligo permanente di mettersi in questione, di spiarsi, di ascoltarsi, di mantenersi sotto assedio. In questo modo si rafforza il tratto narcisista.
La logica dell’omologazione deforma l’alterità rovesciandola in uguaglianza. Così, l’autenticità dell’essere altro rafforza la conformità sociale. Lascia sopravvivere solo le differenze che sono conformi al sistema, ossia le diversità. La diversità […] è una risorsa che si lascia sfruttare docilmente. È pertanto contrapposta all’alterità, che si sottrae invece ad ogni sfruttamento […]. Oggi vogliono tutti essere qualsiasi cosa che non sia l’Altro. Ma in questo voler essere altro si afferma l’uguale. 
Abbiamo qui a che fare con una conformità all’ennesima potenza […]. La singolarità è qualcosa di completamente differente dall’autenticità. L’autenticità presuppone la comparabilità. Chi è autentico, non è altro
L’imperativo dell’autenticità introduce una compulsione narcisistica. Il narcisismo è diverso dal sano amore di sé, che non ha nulla di patologico. Non esclude l’amore per gli altri. Il narcisista, al contrario, è cieco di fronte all’altro. L’altro viene deformato finché l’Ego vi si possa riconoscere. Il soggetto narcisista percepisce il mondo esclusivamente come ombra di sé stesso. La conseguenza disastrosa è che l’Altro scompare. La frontiera tra il Sé e l’Altro si dilegua. Il Sé si sfuma e diventa confuso. L’Io affoga nel Sé. Ma un Sé stabile si afferma in prima istanza solamente di fronte all’Altro. L’autoreferenzialità eccessiva e narcisistica produce al contrario una sensazione di vuoto. [3]
Ѐ alla singolarità che appartiene l'immagine autentica nella quale il Padre si è compiaciuto e si compiace: quella del Figlio, dalla cui pienezza i Suoi attingono, per grazia.

Oggi viviamo in un mondo in cui l’Altro sembrerebbe sempre esaltato e addirittura anteposto a noi stessi: si pensi alla continua svalutazione della cultura occidentale per magnificare altre civiltà e al senso di colpa che viene imposto all’Occidente per il suo presunto passato esclusivamente criminale, dimenticando i capisaldi culturali, religiosi, filosofici, politici e giuridici che esso ha fondato; si pensi, in ambito spirituale, alla rivalutazione – da parte cattolica – del protestantesimo, che non viene più visto come un’eresia, come una forza avversa, ma come un fattore di progresso nella storia del cristianesimo, a tal punto da adottarne sottilmente le posizioni progressiste più recenti e, più in generale, all’erronea interpretazione post-conciliare dell’ecumenismo, che porta in certi casi al considerare altre religioni uguali al messaggio di Cristo; si pensi al drammatico fenomeno – che sembrerebbe orchestrato da potenti élites – delle migrazioni di popoli non occidentali verso l’Occidente, fenomeno che viene gestito in modo (volutamente?) irresponsabile dai nostri governanti.

Per quanto riguarda il processo dell’inglobamento dell’Altro in ambito cattolico, è opportuno menzionare la costituzione pastorale Gaudium et Spes, in cui trapela il messaggio secondo il quale la morte e la resurrezione di Nostro Signore avrebbe redento non solo i cristiani battezzati che vivono la loro fede con coerenza e con l’aiuto e la grazia dei sacramenti, ma anche l’uomo in quanto tale, per il mero fatto dell’incarnazione del Figlio di Dio nella natura umana. [4] Il che è collegato anche con la svolta antropocentrica, impressa sempre dalla Gaudium et Spes, che permea le applicazioni post-conciliari e che fa dell'uomo un fine in sé, mentre è un fine secondario e ad aliud, che sottostà alla signoria di Dio, fine universale della creazione. [5] Per non parlare del recente tumulto scatenato dal documento emanato da Jorge Mario Bergoglio, l’Amoris Laetitia, che sembra imporre con la prassi la visione di un’uguaglianza tra situazioni matrimoniali regolari e irregolari in vista della possibilità di accedere al sacramento dell’eucarestia.

Dunque, saremmo tutti uguali. Tutte le culture sarebbero di uguale importanza, profondità, ampiezza, dignità, valore, spessore; tutti gli uomini possiederebbero le stesse caratteristiche; tutte le religioni – chissà, grazie ai  logòi spermatikói, ai semina verbi, o ormai nemmeno più grazie ad essi – possiederebbero la stessa grandezza e la stessa virtù redentrice.

Ora, quel che a noi fa arricciare il naso non è ovviamente il concetto secondo cui tutti gli uomini siano dotati di pari dignità e di uguali diritti: solo a questo livello ci sentiamo di condividere la nozione di uguaglianza, non a livello di uguaglianza qualitativa. Le culture non sono tutte uguali (lo dimostra se non altro il fallimento del multiculturalismo tanto in voga): ognuna di esse, certamente, possiede la sua ricchezza e il confronto tra culture diverse è sano; quel che non è sano è il meticciato, perché in primo luogo le diluisce tutte, in secondo luogo può far sì (come spesso succede) che una di esse cerchi di schiacciare – e non di integrare o rispettare nella loro differenza – le altre. Oltretutto, non tutti gli uomini sono uguali: c’è chi eccelle in un campo, chi in un altro; c’è chi è moralmente più virtuoso, chi meno: riconoscerlo non significa emettere condanne o generare pregiudizi, né auspicare che chi è avvantaggiato schiacci chi lo è di meno, ma semplicemente interpretare correttamente la realtà per poter agire con giustizia al suo interno. Non tutte le religioni sono uguali: sarebbe difficile comprendere come il Dio Padre misericordioso dei cristiani sia lontanamente equiparabile – com’è vizio contemporaneo fare, in modo forse non del tutto innocente – con il bellicoso Allah dei musulmani o con lo spirito impersonale e immanente del buddhismo.

Potremmo dire che siamo immersi in quello che Byung-Chul Han definisce “il terrore dell’uguale” (“der Terror des Gleichens”), una dittatura imposta in modo suadente, senza spargimento di sangue, sì da farci credere che non esista, grazie a una sapiente inversione e confusione semantica dei concetti che guidano il nostro sapere, le nostre vite e persino la nostra vita spirituale.

Siamo continuamente incitati ad andare verso l’altro, ad accogliere l’altro (si direbbe fino al punto da lasciarvisi fagocitare) e tollerare le differenze in una società in cui – come abbiamo visto – l’alterità stessa viene negata. Ciò è possibile perché ci si sprona ad accettare le diversità (vedi omosessualità, etc.), non le differenze. Come ha sottolineato il filosofo coreano-tedesco nel testo sopra citato, le differenze sono strutturali, le diversità sono funzionali al sistema. “Accettare le differenze” (leggasi “diversità”) è solo uno slogan che vorrebbe indurci ad accettare forzosamente un’omologazione. Se dietro a tutte le differenze siamo tutti uguali, l’alterità è sparita, e con essa: 
  1. la possibilità di identificarci anche (e non solo, come vorrebbero i sacerdoti di Hegel) in contrapposizione a chi è altro (dialetticamente, per definirci meglio, sia l’altro poi semplicemente diverso, incompatibile o addirittura nemico); 
  2. la nostra capacità di combattere l’altro tramite la forza non necessariamente delle armi ma dei nostri valori, che sappiamo essere differenti dai suoi, a maggior ragione quando ce li vuole imporre;
  3. la nostra capacità di entrare in relazione sana con il prossimo (paradossalmente, infatti, l’obliterazione delle differenze esclude la relazione), perché in realtà nel prossimo – in una società ebbra di autoreferenzialità – vediamo ormai solamente un pubblico cui esibire il nostro ego: non c’è più confronto, non c’è più né dialogo né conflitto, ma tutti siamo effettivamente uguali perché tutti siamo centripeti, isolati nonostante tanta ipercomunicazione (ossia l’accumulo rapido di informazione e non il lento maturare della sapienza), e pertanto drammaticamente superficiali: il narcisismo non va al fondo delle cose ma aleggia sulla superficie del proprio stagno.
C’è poi un altro elemento da sottolineare: alla nostra società viene sottratta la logica immunitaria, per utilizzare una metafora col mondo organico. Privi di essa, siamo privi di difese contro la viralità. Eliminando l’alterità (paragonabile a quello che in campo medico è un virus) si elimina la capacità della persona umana e del corpo-sistema sociale di fronteggiare il nemico o colui le cui differenze rappresentano una minaccia per la sanità dell’organismo sociale. Mentre l’organismo si vaccina da un virus assumendolo a piccole dosi e così immunizzandosi – assimilandone le parti compatibili e respingendo quelle velenose, esiziali –, laddove l’alterità è eliminata e tutti sono uguali questo processo non è più possibile: l’immunizzazione non avviene più; le nuove “malattie” della società non sono più di tipo virale, ma nevrotico, neuronale. [6] Non è forse un caso che la diffusione massiccia di video, notizie e contenuti vari (molte volte sciocchi) sulla Rete venga definita col neologismo “virale”: il virus acquista paradossalmente una connotazione positiva, poiché si è persa la percezione della dittatura dell’uguale. L’altro – che sia nemico o meno – non viene più percepito come tale (come virus, in questa metafora ardita ma efficace), il che permette che esso congestioni, “infetti” le nostre menti.

Ma il virus, il male, non esiste, ci viene fatto credere. Se tutto è uguale, tutto è buono (altrimenti saremmo cattivi anche noi). E torniamo al punto d’esordio di questo articolo: le nostre società, in cui regna la dittatura dell’uguale, il modo di esprimersi, di articolare le leggi, i concetti, di intessere le relazioni umane, la produzione culturale (sarebbe meglio dire pseudoculturale) e persino, da mezzo secolo a questa parte ormai, la manifestazione del sentimento religioso sono terribilmente kitsch. Perché il kitsch è l’arte della negazione della merda. Il messaggio che le nuove élites mondialiste vogliono imporci attraverso i loro vari avatar è: “Non c’è merda in questo mondo. Non c’è il male”. Viviamo così tutti in un mondo stupidamente “felice”, in una bolla di sapone in cui siamo drogati dalla nostra stessa autenticità – così simile al soma, la sostanza allucinogena di Brave New World di Aldous Huxley –, senza renderci conto del fatto che ci stiamo dirigendo verso un abisso: durante il nostro cammino siamo evidentemente troppo impegnati a guardarci allo specchio e a tendere la mano a chi da esso ci svia, lasciandoci trascinare passivamente.
Antonio Marcantonio
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[1] Che peraltro veniva criticato da Voltaire nel suo Candide, in cui il francese attribuiva falsamente al filosofo tedesco Leibniz questo atteggiamento, che invece era contrassegnato da un ottimismo sano, razionale e, soprattutto, metafisicamente fondato.

[2] Si noti poi che siamo circondati da applicazioni e programmi informatici o da dispositivi elettronici i cui nomi, come occulte chiavi semantiche, rafforzano l’accentramento della prospettiva sull’individuo. Si pensi a YouTube: il messaggio sembra essere: “Sei tu che scegli i contenuti, sei tu che ti intrattieni, è il tuo mondo quello che crei e che vedi”. O si pensi ai vari iPad, iPod, iPhone, accompagnati dai relativi programmi di supporto come iTunes: io scelgo i miei contenuti, io li condivido – si fa per dire – all’interno delle reti sociali, ma soprattutto io mi metto in mostra all’interno dello spazio virtuale e porto poi nella realtà i frutti di questo solipsismo.

[3] Citazioni tratte da Byung-Chul Han, Die Austreibung des Anderen: Gesellschaft, Wahrnehmung und Kommunikation heute [L’estromissione dell’altro: società, percezione e comunicazione oggi], S. Fischer, 2016. Traduzione e grassetto miei.

[4] Sul tema, cfr. Paolo Pasqualucci, L’ambigua cristologia della redenzione universale. Analisi di “Gaudium et Spes 22”, Editrice Ichthys, Albano Laziale 2009.

[5] Maria Guarini, La Chiesa e la sua continuità. Ermeneutica e istanza dogmatica dopo il Vaticano II, Ed DEUI, 2012.

[6] Concetto sviluppato da Byung-Chul Han in Psychopolitik: Neoliberalismus und die neuen Machttechniken [Psicopolitica: il neoliberismo e le nuove tecniche di potere], S. Fischer, 2014.

8 commenti:

Anonimo ha detto...

D'accordi su quasi tutto, eccetto la certezza matematica che stiamo dirigendoci verso l'abisso. Su questo non concordo, perchè non ci sono ancora gli elementi per capire se stiamo dirigendoci verso l'abisso o verso qualcosa di nuovo.

mic ha detto...

I segnali di sovvertimento della società sia negli aspetti materiali che in quelli morali e spirituali non promette niente di buono. In questo senso la direzione è vero l'abisso... Naturalmente nulla è mai scontato e possiamo sperare negli anticorpi spirituali che si traducano in salvezza per tutti.

Anonimo ha detto...

A proposito di immunizzazione...
Nella terra di vaccinandia si tende a prevenire assicurandosi, a stimolare gli anticorpi, a inocularsi un po' di male per farlo conoscere al "sistema immunitario". Vaccinati a tutto, ingurgitiamo tutto, ci beviamo di tutto, respiriamo immersi acriticamente nella pluralità.
Vengono meno il senso della verginità e quello della purezza, resta al massimo una sintesi tra la (ipo)tesi del nostro bene e l'antitesi di farci del male per stare meglio...
La sintesi di questo ragionare è sempre più chimica, frutto di pressioni, filtri ed alambicchi: tanto più ci si spertica a parlar d'ambiente, abbattendo fumi e smaltendo esausti, vantandosi bio e dimenticando Iddio, quanto più si surroga il vero bene con sue parodie.
Nel vaccino che tanto bene fa, ci stan i microelementi, così micro da poterli non citare tra ciò che si inoculan milioni di persone: e si sa che le gaussiane son campane, per qualcuno la probabilità è che suoni a morto... ma che vuoi che sia, non esser negativo, non fare il disfattista, pensa al bene comune, sii responsabile, immunizzati dal male e non preoccuparti dei microelementi che ti danneggiano il cervello.
Siamo tutti uguali? No, evidentemente. Perciò l'escremento esiste ancora, malgrado tutto.
Falsa scienza, falsa arte e falsa teologia ti dicono che il Male è un simbolo.
No, il male c'è, tanto è vero che i vaccini servono soprattutto a far soldi.
Come certi capolavori, produzioni sedicenti artistiche, ma di pessimo gusto, il kitsch.

mic ha detto...

Ringrazio l'ultimo Anonimo per la riflessione.
Quando ho parlato di anticorpi pensavo a quelli presenti naturalmente è non a possibili "vaccinazioni" per inoculare il male. Non sono per la mitridatazione. E per me gli anticorpi che conosco appartengono all'ordine della grazia, che è sempre presente, ma va invocata accolta e assecondata.

fabriziogiudici ha detto...

Tuttavia la polemica anti-vaccini sta raggiungendo estremi totalmente irrazionali. Le "gaussiane" valgono per molte cose, anche per le cinture di sicurezza: se salvano nella maggior parte degli incidenti, in qualche raro caso fanno anche crepare qualcuno. Questo è perfettamente normale per la scienza, proprio perché non è onnipotente. Invece di vedere complotti ovunque, è sufficiente criticare il messianesimo che accompagna la scienza, ricordando i suoi limiti.

Anonimo ha detto...

Amoris Laetitia sarà obbligatoria per immunizzare la Chiesa da matrimoni indissolubili?
Si sa che quelli finchè morte non separi sono poco biodegradabili... Non si sa come smaltirli.
E' scritto anche nella Laudato sì, perciò certi "sì" devono sempre essere seguiti da un ma...
E non si dica che quel che non è "si, si" "no, no" viene dal Maligno: il Maligno non esiste!
Il pastore esce lasciando spalancato l'ovile: chi sono io per giudicare i lupi?
Avanti, siorre e siori, fast food per tutti: il gregge non sarà pio, ma è tanto bio...
Sosa Abascal e Tucho Fernandez hanno studiato teologia al Boca Juniors. Funambolici.

Anonimo ha detto...

vorrei segnalare dall'Ansa una cosa OT ma fino ad un cero punto:
http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2017/06/10/migranti-marina-libia-ong-erano-in-attesa-barconi-_fd973140-0318-4a3d-82da-a4191e408ed4.html

il testo:IL CAIRO - La Marina libica, attraverso il suo portavoce, l'ammiraglio Ayob Amr Ghasem, ha segnalato contatti telefonici fra imprecisate Ong che hanno dato l' impressione che le organizzazioni umanitarie stessero aspettando barconi con circa 570 migranti poi bloccati ieri dalla Guardia costiera libica. Lo si rileva in una nota, a disposizione oggi dell'ANSA, del portavoce della Marina libica. Nella nota il protavoce Ghasem ha sostenuto che "chiamate wireless sono state rilevate, una mezz'ora prima dell'individuazione dei barconi, tra organizzazioni internazionali non-governative che sostenevano di voler salvare i migranti illegali in prossimità delle acque territoriali libiche. Sembrava che queste Ong aspettassero i barconi per abbordarli. Le Guardie costiere - ha aggiunto Ghasem senza fornire nomi o altri dettagli - hanno preso contatto con queste Ong e hanno domandato loro di lasciare le acque territoriali libiche". Il portavoce ha sottolineato che "il comportamento di queste Ong accresce il numero di barconi di migranti illegali e l'audacia dei trafficanti di esseri umani".
Nel sottolineare il caso di un migrante ucciso ieri dai trafficanti, Ghasem ha aggiunto che questi ultimi "sanno bene che la via verso l'Europa è agevole grazie a queste ong e alla loro presenza illegittima e sospetta in attesa di poveri esseri umani"

La morte di un migrante e il ferimento di due altri per colpi di arma da fuoco sparati ieri da presunti trafficanti di esseri umani sulla costa occidentale della Libia viene riferita da un comunicato diffuso oggi della Marina libica. Ad essere bersagliato è stato un gruppo di cinque gommoni e due pescherecci adibiti a barcone che con un totale di circa 570 migranti stavano navigando verso il porto di Zawiya, a ovest di Tripoli, dopo essere stati intercettati dalla Guardia costiera libica, si precisa in un messaggio inviato all'ANSA dall'ammiraglio Ayob Amr Ghasem, portavoce della Marina libica. Vi sono stati "tiri da parte di un gruppo armato a partire dalla costa e da due imbarcazioni in fibra di vetro a un miglio dal porto" di Zawiya, ha riferito il portavoce del Corpo da cui dipende la Guardia costiera e che risponde al governo di accordo nazionale del premier Fayez Al Sarraj. "Gli assalitori hanno preso la fuga ma l'incidente ha causato la morte di un migrante illegale e il ferimento di due altri: i tre sono del Bangladesh", ha aggiunto Ghasem

Anonimo ha detto...

https://onepeterfive.com/is-catholic-opposition-to-pope-francis-growing/